Voto toscano, sintesi del convegno

Un momento di riflessione dentro il Centrodestra e soprattutto dentro Forza Italia. Venerdì 9 ottobre si è tenuto a Firenze un convegno dedicato all’analisi del voto nelle elezioni di Toscana 2020 che hanno visto la vittoria di Eugenio Giani sulla candidata del Centrodestra Susanna Ceccardi.

Interventi di Lorenzo Somigli, Gianni Bonini, Leonardo Tirabassi, Massimo Mallegni.

Lorenzo Somigli: “Forza Italia riparta dalla classe dirigente attuale puntando su quella del futuro. Serve una scuola politica”

Giornalista

Il nostro obiettivo è che da qui oggi parta una seria riflessione in seno al Centrodestra ma soprattutto a Forza Italia. Già dai messaggi, dalle risposte, dalla partecipazione vedo che l’evento di oggi è avvertito come necessario a Firenze. Perché quando si vince tutto va bene, vincono tutti. È quando si perde che si dev’essere capaci di leggere le indicazioni e agire di conseguenza. Analizzare quindi questa sconfitta è un momento indispensabile – premettiamo che Susanna Ceccardi ha ottenuto un risultato storico, un risultato che pone le basi per un successivo sviluppo al quale abbiamo contribuito convintamente – questo momento di riflessione però è propedeutico per affrontare al meglio le nuove sfide che attendono la Coalizione. 

È chiaro che il Centrodestra non se la passa così male, lo testimonia una volta di più la vittoria nelle Marche. Fatto è che ci sono state delle significative battute di arresto, dei segnali di scricchiolio. Ha mostrato di non saper cambiare passo, di non aggiornare la sua agenda tematica e variare i suoi codici comunicativi fermi al mondo prima del Coronavirus. All’interno il dato più preoccupante è quello di Forza Italia, il vero e proprio ventre molle della coalizione.

In questa fase di ripensamento dell’offerta politica del Centrodestra, auspico che Forza Italia, il partito più in affanno nell’ultimo periodo, sia nuovamente protagonista, facendo valere innanzitutto la qualità della sua classe dirigente.

Ne abbiamo quest’oggi degli esempi a partire da Massimo Mallegni, autore di una straordinaria cavalcata elettorale, e Marco Stella, campione di preferenze a Firenze, unico consigliere eletto in Toscana. Penso anche ad una persona che non entrata: il consigliere uscente Maurizio Marchetti, votato da 3500 persone a Lucca e non eletto anche per colpa delle storture della legge elettorale regionale che dà una rappresentatività esagerata a Firenze – lo dico da fiorentino – a discapito di ampi territori.

Questo ci dimostra che Forza Italia ha un capitale umano da cui ripartire: parliamo di persone che oltre alla capacità di prendere voti hanno un profilo professionale, che permette di essere apprezzati nella società civile. Deve tornare a metterlo a frutto. E per ripartire deve investire nella sua classe dirigente attuale ma anche in quella futura formando, attraverso una scuola politica a livello toscano – lancio la prima proposta di oggi – i suoi amministratori del domani.

Il pensiero politico, la formazione, la capacità organizzativa, la fioritura di una propria classe dirigente sono una precondizione alle vittorie elettorali ma soprattutto sono indispensabili per incidere concretamente nelle insenature del potere.

Gianni Bonini: “Forza Italia ha ereditato voti e non solo dal Pentapartito. La Politica recuperi la sua dimensione aggregativa e progettuale”

Ex presidente della Fondazione Craxi, chairman di ARS

Ringrazio Lorenzo Somigli e Massimo Mallegni per aver organizzato questo momento di analisi politica – non statistica – del voto del Centrodestra e di Forza Italia in particolare. Un approccio non alla maniera di Tacito “sine ira et studio” (che poi non era vero perché rendeva servizio ad una parte maggioritaria del Senato, quella aristocratica) ma partecipe della storia di Forza Italia che abbiamo condiviso fin dalla nascita. Ricordo il nostro impegno nel Mugello, come candidato sindaco a San Piero a Sieve, con un risultato mai eguagliato negli anni successivi. E già questo dovrebbe farci riflettere.

Non possiamo ignorare l’ottimo risultato di Susanna Ceccardi, sconfitta solo grazie alla macchina da guerra di Giani – un “socialista della sottomissione” – sostenuto dal PD e da IV di Renzi, la cui supposta abilità tattica ormai sconfina in un tatticismo della disperazione che non lo rende più credibile. La sconfitta di Cascina viceversa ci riconsegna tutta la fragilità di un Centrodestra poco profondo, poco presente nella società civile, disunito al suo interno.

Partiamo ab ovo, da come nasce Forza Italia. Berlusconi ha l’intuizione di grande self made man, affermatosi grazie al lavoro fin dagli esordi come imprenditore edile, mentre Craxi ne coglie la valenza politica. Quella di Berlusconi è una bella storia italiana, oggi impossibile per colpa dei cani da guardia dell’establishment finanziario globale. Berlusconi coglie genialmente il potenziale della TV libera commerciale, fonda Fininvest ma in quel momento i cani da guardia non mordono. I poteri gli sequestrano gli impianti che Craxi però gli libera con un decreto che liberalizza il settore. È l’ottobre 1984. Poi verranno Mondadori e altre battaglie, a consolidare un rapporto politico-imprenditoriale.

Il 1989 è un passaggio nodale della nostra storia recente. Cade il Muro, la Prima Repubblica scricchiola, poi arriva Mani Pulite che spazza via il sistema politico. L’elettorato del CAF quindi si riposiziona su Forza Italia. Berlusconi eredita non soltanto i voti del Pentapartito ma anche classe dirigente e intellettuali. Il percorso di Forza Italia abbraccia 17 anni, fino al 2011, quando gli appetiti commerciali e finanziari gallo-teutonici costringono Berlusconi a cedere a Monti mentre viene letteralmente smontato il sistema di alleanze euro-mediterraneo da lui costruito. Da questi fatti deriva il ritiro dell’Italia dal governo del Mediterraneo e comincia la parabola discendente di Forza Italia.

Il modello che Forza Italia ha recuperato da Publitalia era segno e frutto dei tempi. Oggi occorre un modello organizzativo che consenta di selezionare i quadri dirigenti. La Politica deve recuperare la sua dimensione aggregativa e progettuale.

Leonardo Tirabassi: “Centrodestra non è mai esistito in Toscana come forza organizzata. L’Italia a rischio frammentazione…”

Giornalista, già presidente della Fondazione Magna Charta

Le elezioni regionali di questa tornata offrono nella loro parzialità, solo sette territori, uno spaccato preciso e illuminante della situazione, prima che politica, sociale ed economica del paese. E se vogliamo capire qualcosa dei sistemi di potere, delle sue dinamiche, insomma, se vogliamo afferrare il filo della ingarbugliata matassa della politica italiana è da qui che dobbiamo partire.

Esemplare il caso della Toscana, la mia regione. Qui la vittoria di Eugenio Giani e del Pd è stata significativa. L’energia della sfidante leghista Susanna Ceccardi, ex sindaco di Cascina nel pisano, molto ha mosso, ma poco di più poteva fare davanti alla forza delle armate dell’avversario che si sono sommate a debolezza locali e ad un trend non positivo. La Lega infatti in Toscana perde rispetto alle europee un buon 10%, passando dal 31% al 21%, ma non si dimentichi che nel 2014 raccoglieva un modestissimo 2,56%.

La candidata leghista si è dovuta piegare alla forza della tradizione identitaria, alla rete di interessi ben costruita e rappresentata, ormai eredità di cinquant’anni di potere senza soluzione di continuità dal Pci al Pd. Inoltre non si dimentichi che la Toscana è terra di denatalità, di popolazione anziana, di pensionati, di pubblico impiego, con una struttura economica in crisi, ma senza devastanti tensioni sociali, né verso il basso né verso l’alto. Ed ecco la campagna elettorale del centrosinistra tutta giocata all’insegna della battaglia contro “la destra eversiva” – sono parole dell’uscente presidente Rossi –, della nuova unità antifascista della “nostra Toscana” contro il barbaro leghista venuto da fuori, riedizione ridicola del Fronte popolare.

Poco importano i programmi, il fatto che la regione sia ferma in progettualità da decenni, che non si sappia costruire un’autostrada, collegare decentemente Siena a Firenze, che il Monte dei Paschi sia saltato per aria per colpa loro, che – al di là degli spot da cartolina con i cipressi – nessuno pensi ad un modello di turismo altro o a risolvere i problemi delle aeree in crisi. L’importante è garantire la continuità, l’intreccio di interessi e identità che ancora sopravvive in una mobilitazione che ha coinvolto sindacati, associazionismo cattolico, pubbliche assistenze, società sportive, cooperative, associazioni di categoria.

Se si vuole una citazione classica gramsciana, il Pd sa ancora esercitare la sua capacità egemonica sulla società: a riprova sta il prosciugamento delle liste alternative della sua stessa area, i 5 Stelle che raggiungono uno scarso 6,44% e la lista di estrema sinistra che arriva ad un inutile 2,21%. O basta pensare allo stesso scarso appeal di Italia Viva (4,5%) nella regione del suo leader, da dove Renzi ha iniziato la sua scalata. Ecco allora Giani, il candidato non carismatico ma rassicurante nella continuità, “l’usato sicuro” sbandierato come un vanto in campagna elettorale.

Nonostante il sentimento di stanchezza trasmesso dall’avversario, nonostante l’impegno della Ceccardi che infatti ha ottenuto qualcosa di più del miglior risultato del centrodestra fino ad oggi quando nel 2000 Altero Matteoli prese il 40,05% contro Claudio Martini, il centrodestra non ce l’ha fatta. Una sconfitta avvenuta per vari motivi.

Il centrodestra da sempre, dai tempi di Forza Italia, in Toscana, salvo eccezioni, non esiste come forza organizzata, come partito, perché non ha mai voluto svolgere un lavoro capillare, paziente e continuativo per rappresentare in modo diverso interessi esclusi, per offrire alternative agli altri, mai si è dedicato alla costruzione di un consenso profondo, mai ha pensato di elaborare uno straccio di progetto. Né tantomeno ha espresso leader politici riconosciuti e ben radicati nel territorio o ha cercato candidati forti provenienti dalla società civile.

Quindi, vittoria del Pd – che comunque in assoluto ha perso 50mila voti rispetto alle regionali precedenti – espressione di una Toscana statica e conservatrice, differente dalla pur rosa Emilia-Romagna quanto è differente Giani da Bonaccini, cavallo di razza che corre in una regione in movimento, produttiva, con una fortissima dialettica sociale e politica, dove il Pd è costretto a darsi una smossa. A dimostrazione, le sue posizioni eterogenee rispetto alla linea, dall’adesione al “No” al referendum sulla riduzione dei parlamentari alla campagna per l’autonomia regionale assieme all’altro Nord.

E poi vengono i risultati delle regioni meridionali con le vittorie dei cacicchi Emiliano e De Luca.

Ecco allora che accanto ad un Pd toscano fermo all’antifascismo, ad un secondo Pd riformista e dinamico alla Bonaccini, simile al primo Renzi ma ben radicato nella sua terra, se ne scopre un terzo populista, clientelare, che tiene assieme tutto ed il contrario di tutto, con le mani protese sulla cassa della spesa pubblica più che sullo sviluppo. Un Pd, quello meridionale, lontano anni luce dal partito comunista di Di Vittorio, Girolamo Li Causi, o di Emanuele Macaluso; un Pd che ha assorbito tutti i temi dei 5 Stelle, dal giustizialismo all’anti-industrialismo, dove il reddito di cittadinanza non suscita nessuna critica e i gasdotti sono un nemico da bloccare, nuova Tav del Sud da bloccare. Un Pd che non ha più nessuna radice nella tradizione comunista né di sinistra, a differenza di quello toscano o emiliano.

Di contro, l’Italia settentrionale votata allo sviluppo economico e governata con pragmatismo riformista dal centrodestra risultato vincente in modo esemplare con Zaia nel Veneto.

Il rischio di questa frammentazione per la tenuta del paese è enorme, perché non si capisce quali forze e istituzioni centrali possano fare da freno a questa deriva, stante che l’unico partito nazionale, il Pd, è così ridotto.

Forse emergeranno nuove camere di compensazione come la Conferenza Stato-Regioni, vera terza camera, questa sì espressione di reali interessi. Quando infatti arriveranno i soldi dall’Europa, le differenti logiche ed esigenze di ripartizione dei fondi, espressione di questi differenti sistemi regionali, si scontreranno in modo pesante, tanto più che quel Nord ha poca voce nell’attuale governo. E il confronto-scontro con l’attuale debolissimo governo centrale – ricordiamoci che l’azionista di maggioranza M5s non esiste più politicamente – sarà durissimo, anche perché sul tappeto c’è il nodo, rimandato a suo tempo, dell’autonomia regionale, portato avanti da Lombardia, Veneto e dalla rossa Emilia. Non serve ricordare che i governatori regionali, a differenza di questo governo, sono legittimati da un voto diretto. Per di più molti di loro sono dei veri leader carismatici.

Massimo Mallegni: “Forza Italia erede delle tradizioni politiche che ci hanno garantito stabilità e sviluppo. Il candidato ideale deve avere…”

Senatore di Forza Italia e commissario regionale

Dobbiamo dal territorio aiutare e sostenere le capacità politiche e comunicative di Berlusconi. Siamo in una fase nuova del nostro partito. Oggi siamo noi che dobbiamo essere interpreti della nostra storia. Una storia che viene da lontano. Forza Italia è l’unico erede di quei contenuti politici che rinascono nel 1948 e che hanno garantito stabilità e sviluppo al Paese per 50 anni.

Oggi forse siamo meno capaci di parlare alla società italiana. Questo è il sottoprodotto di una società che non è più disponibile a leggere e a istruirsi ed informarsi. Siamo del resto in un’epoca storica dove non si premia chi parla al profondo ma si segue l’emotività.

La Regione Toscana è contendibile ma per vincere ci serve un candidato in linea con la nostra tradizione. Dobbiamo lavorare per avere la prossima volta un amministratore di lungo corso, con un lavoro alle spalle, e la giusta esperienza politica e legislativa e una collocazione politica moderata. Oggi si riparte con slancio e grande concretezza!

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