Craxi, 20 anni dopo: la nostra memoria storica

È un momento storico prezioso. Per certi versi unico. Serie tv, film, libri analizzano la Prima Repubblica e uno dei suo massimo esponenti. L’Italia sembra finalmente matura per fare i conti con Craxi e manca una settimana dal ventennale della morte.

Firenze 12 gennaio 2020 – Se le popolari serie televisive 1992, 1993, 1994 vantano un merito è quello di aver capito mostrato al grande pubblico come l’antipolitica odierna sia frutto di Tangentopoli. Capitolazione della politica, primato della finanza sui processi democratici, invadenza della magistratura, giornalismo di procura, demagogia. Tutte degenerazioni del Paese che appaiono plasticamente a partire da quegli anni.

“Questa tarantella è iniziata con Mani Pulite” contesta Scaglia, ex membro del pool, a Di Pietro “e più andrà avanti e più sarà peggio”. Sono le scene finali dell’ultima serie, quando si sbriciola il potere di Silvio Berlusconi sotto i colpi dello spread e l’Italia perde quei brandelli rimasti di sovranità. Quello che però termina lì era iniziato ben prima.

Lo stesso grande pubblico sta riempiendo le sale per vedere “Hammamet” di Gianni Amelio. Esordio positivo: il 9 gennaio film ha raccolto 200 mila euro e portato nelle sale 30 mila spettatori. Magistrale interpretazione di Pierfrancesco Favino. Trasformato fino ad essere irriconoscibile, perfetto nella gestualità, l’attore romano restituisce un Craxi giunto al termine del girotondo – di quella vita che fu, come diceva, una corsa – un Craxi che non ha perso difetti, smussato lati del suo carattere, un Craxi testardo tanto da scegliere di rimanere in esilio nonostante la malattia. Un Craxi crepuscolare, umano. E niente avvicina di più della sofferenza umana. Vissuta e affrontata con la schiena dritta fino alla fine dallo statista socialista.

Una incoraggiante inversione di rotta rispetto ad una rimozione tanto forzata quanto ingiusta. Quella di “Hammamet” una narrazione intima e umana che ha il merito di aprire una breccia nel velo d’oblio e di far conoscere le reali condizioni di Craxi ma non c’è politica. Perché, oltre al lato umano, l’Italia dovrà prima o poi fare i conti con l’eredità politica di Bettino Craxi.

Bettino Craxi

Craxi è stato un modernizzatore della politica. Craxi prese il PSI ridotto a variante annacquata del PCI e lo guidò al distacco dal comunismo. Comunismo che “non era (più) una buona idea realizzata male, era proprio un’idea sbagliata” (Pellicani). Intuizioni per altro che già si ritrovano in autori come Carlo Rosselli e Rosa Luxemburg che aveva previsto le degenerazioni burocratico-totalitarie del collettivismo, ben visibili nell’URSS.

Anche per questo Craxi rappresenta segna una cesura decisiva e indigesta per la storia della sinistra italiana. Sinistra che sì aveva preso le distanze dall’URSS dopo l’indimenticabile ’56 ma non aveva mai sepolto il marxismo come invece la SPD con il programma di Bad Godesberg.

Il presidente Silvio Berlusconi ne parla in questi termini: “Proprio lui che è considerato un emblema della Prima Repubblica, in realtà ne vide in anticipo la fine. Il suo fu un appassionato, orgoglioso tentativo di superare la democrazia bloccata, di modernizzare le istituzioni, di spezzare la logica perversa del compromesso storico, di creare una sinistra moderna lontana dall’ideologia comunista”.

Craxi è stato anche un premonitore con le sue riflessioni da Hammamet sull’Europa, sul Mediterraneo, in questi anni sempre più diviso, sui movimenti di popoli che lo avrebbero solcato e sconvolto. Un Craxi protagonista di una politica estera credibile, riconosciuta e autonoma nel Mediterraneo, la cui mancanza si avverte oggi pesantemente.

Non è certo possibile riassumere in poco tutto ciò che è stato Craxi ma oggi più che mai, ora che il giusto tempo è passato, occorre prendere coscienza di quali  sono le conseguenze di lungo periodo di quella stagione e capire che insieme a Craxi è crollato un pezzo consistente del Paese.

Lorenzo Somigli

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