Boris Johnson e il suo trionfo

Per i media italiani Jeremy Corbyn avrebbe sconfitto il terribile Boris Johnson ma le urne hanno dato un responso totalmente differente. Un trionfo quello di Johnson basato su chiare proposte in economia e per il controllo dell’immigrazione ma soprattutto sulla Brexit.

È successo di nuovo. Dopo aver completamente sbagliato la previsione del risultato delle elezioni presidenziali del 2016, i media e gli esperti italiani hanno concesso il bis.

Per mesi, i commentatori e i competenti analisti di casa nostra spiegavano, accompagnati da titoloni a caratteri cubitali e raffinate analisi geopolitiche, che gli elettori del Regno Unito erano profondamente pentiti per aver votato a favore dell’uscita dall’Unione Europea; e che nell’opinione pubblica di Sua Maestà aumentava, di giorno in giorno, il desidero di riparare a quello che ormai era considerato a tutti gli effetti un errore imperdonabile.

Come? Mediante l’indizione di un secondo referendum, richiesto a gran voce da quelli che Repubblica definiva “Bregrets”, ovvero coloro che dopo aver votato “leave” vivevano nel rimorso di aver commesso una così grave incoscienza.

E Boris Johnson? L’attuale Primo ministro del Regno Unito è stato sempre dipinto come una sorta di buffone di corte, a metà tra un figlioccio ubriacone di Donald Trump e Benny Hill, poco acculturato nonché privo delle capacità di leadership necessarie per sedare i malumori interni dei Conservatori e condurli alla vittoria.

Anzi, stando ad accurati sondaggi, i Conservatori erano destinati a subire la rimonta dei Laburisti. I medesimi sondaggi mostravano come, in caso di un secondo referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, la vittoria del “remain” sarebbe stata schiacciante.

Questo, dunque, il quadro che i media italiani presentavano a pochi giorni dal voto nel Regno Unito. Ma, per usare una frase molto cara ai progressisti, “la realtà presenta sempre il conto”: e il conto, in questo caso, è dato dalla schiacciante vittoria di Boris Johnson che ottiene la più larga maggioranza conservatrice dagli anni Ottanta, facendo rivivere i fasti di Margaret Thatcher al numero 10 di Downing Street.

La verità è che i media italiani, parziali e piegati ai propri wishful thinking, come nel 2016 non hanno capito nulla. In primo luogo, hanno creato un falso mito che vede in Jeremy Corbin un paladino del “remain”: al contrario, il leader laburista basò la propria campagna elettorale del 2017 – coronata da un ottimo risultato – su una posizione sostanzialmente a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Oggi, Corbyn ha perso in quelle città da sempre considerate delle roccaforti del voto laburista e dove il “leave” era stato molto forte. Negli ultimi mesi, Corbyn ha spostato l’asse del partito laburista su posizioni nettamente socialiste, e di fatto epurando qualsiasi opposizione interna. La mossa non ha affatto pagato: la sconfitta, dunque, è stata nel merito dei contenuti, ma anche nel metodo.

Boris Johnson, al contrario, è riuscito a intercettare l’elettore medio grazie ad un programma moderatamente nazionalista, pro-libero mercato ma vigile e non accondiscendente a prescindere nei confronti delle multinazionali, a favore di un’immigrazione controllata.

Ma il vero capolavoro comunicativo sta tutto in quello slogan, “Get Brexit Done”, che è letteralmente entrato nella testa degli elettori, soprattutto di quelli indecisi tanto da diventare rapidamente persino un intercalare delle conversazioni londinesi. Ora non resta che attendere fine gennaio per andare, finalmente, oltre la Brexit.

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