Imprese, in tasse il 59% dei profitti

Dal rapporto “Paying Taxes 2020” emerge un quadro preoccupante per le imprese italiane. Il 59% dei profitti commerciali viene bruciato dal fisco. Non va meglio per quanto riguarda il tempo impiegato per mettersi in regola con il fisco.

C’è ancora una visione negativa rispetto al profitto privato che l’attuale governo non fa che rinforzare e fomentare. Per contrastare questa cultura serve ancor più che prima rilanciare i valori liberali.

“Ad un imprenditore non può essere consentito di guadagnare fino all’inverosimile” ha affermato in un’intervista Teresa Bellanova. Il neo-ministro per le politiche agricole può dormire sonni tranquilli: la possibilità che in Italia un imprenditore possa ambire a così sfrenate ambizioni di profitto è pressoché utopica.

È stato da poco pubblicato, infatti, il rapporto “Paying Taxes 2020” realizzato dalla Banca Mondiale e dalla società di consulenza PricewatershouseCoopers, che analizza e misura l’incidenza del carico fiscale sull’attività produttiva in 190 Paesi.

Più nel dettaglio, viene puntata la lente d’ingrandimento sulla quantità di imposte che colpiscono le imprese, sul relativo carico amministrativo che è necessario affrontare per effettuare i versamenti, e infine sui diversi adempimenti fiscali rilevati nel corso dell’ultimo anno fiscale disponibile, vale a dire il 2018.

I risultati per il nostro Paese sono imbarazzanti. L’Italia si colloca al 128esimo posto, dietro Albania e Costa d’Avorio, in calo rispetto all’anno precedente, quando occupava la 116esima posizione.

L’indice elaborato per stilare questa classifica prende il nome di “Total Tax and Contribution Rate” (TTCR) che per l’Italia indica un valore pari al 59,1%: ciò cosa significa? Molto semplicemente, vuol dire che il 59,1% dei profitti commerciali di un’impresa viene bruciato dal fisco.

Si tratta di un dato in crescita di ben sei punti percentuali rispetto all’anno precedente e molto al di sopra della media mondiale – 40,5% – ed europea – 38,9%. Si evince, dunque, una prima evidenza: le imprese italiane sono le più tassate del mondo. Alla variabile relativa al carico fiscale si aggiungono altri due valori, cioè il tempo necessario per svolgere gli adempimenti e il numero di versamenti effettuati.

In Italia servono ben 238 ore per mettersi in regola con tutti gli adempimenti fiscali richiesti – dato invariato rispetto all’anno precedente – a fronte di una media mondiale pari a 234 ore e una media europea di 161 ore. Non c’è da meravigliarsi, poi, se il numero dei pagamenti è in costante aumento, toccando quota 14, inferiore rispetto alla media mondiale di 23 ma superiore se confrontato con i 10,9 europei.

Luci e ombre, invece, per ciò che concerne l’indice relativo alla cosiddetta post-compliance, che misura il tempo necessario per richiedere e ottenere un rimborso Iva oppure per correggere un errore nella dichiarazione dei redditi.

Tale indice si traduce in un valore di 52,4, inferiore sia a quello mondiale – 60,9 – ed europeo – 83,1 –, ma in questo dato pesa negativamente una probabilità superiore al 50% che venga attività una procedura di verifica e di scambio di informazioni in seguito alla richiesta di rimborso.

Non se la passano meglio le partite IVA.

Le imprese italiane impiegano 42 ore per richiedere il rimborso dell’Iva, un tempo molto più alto rispetto alla media mondiale di 18,2 ore e alla media europea di sole 7 ore. Il tempo di attesa del rimborso è biblico: 62,6 settimane a fronte di una media mondiale di 27,3 settimane e di una media europea di 16,4 settimane.

A fronte di questi dati, sconcerta che gli esponenti di questo governo (per approfondire) si lascino andare a dichiarazioni palesemente illiberali e liberticide nei confronti delle imprese e degli imprenditori, che si confermano ancora una volta una categoria vessata e colpita da provvedimenti fiscali che riflettono una pericolosa quanto immotivata invidia sociale.

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