Ex ILVA, l’improvvisazione del Conte 2

Quanto sta succedendo all’Ilva, non è solo la plastica dimostrazione dell’incapacità del governo giallorosso. È lo specchio di un Paese che difetta, ormai da decenni, di una seria politica industriale. Una che non costringa a scegliere tra lavoro e salute.

Un modo concreto per recuperare l’ILVA di Taranto potrebbe essere il progetto di riconversione sperimentato nell’ex area industriale di Porto Marghera.

“In tre mesi abbiamo risolto la crisi dell’ILVA. Il contratto con ArcelorMittal trovato già fatto in un cassetto non si poteva rescindere. E allora l’abbiamo mantenuto. Nessun esubero, nessun licenziato, tutti assunti con l’articolo 18. Tecnologie che riducono del 20% le emissioni”.

L’8 settembre 2018, con queste parole trionfali l’allora vice-Presidente del Consiglio, Luigi Di Maio, annunciava su Facebook la definitiva soluzione dell’annosa questione dell’ILVA.

Poco più di un anno dopo, oltre diecimila operai rischiano concretamente di rimanere disoccupati. L’ILVA continua ad essere un rebus senza soluzione. Una pagina nera della politica italiana che l’incompetenza e il dilettantismo di questa classe dirigente hanno ulteriormente peggiorato.

Intanto Luigi Di Maio, per fortuna, ha preservato il suo posto di lavoro, cambiando solo ufficio. E anzi, lo scorso aprile – forse dimenticando le precedenti dichiarazioni di settembre – si diceva entusiasta dell’eliminazione dello scudo penale per Arcelor Mittal.

“L’abolizione della cosiddetta immunità sarà un buon propulsore per lo sviluppo tecnologico di forme alternative di produzione: sicuramente ci sarà un’attenzione maggiore anche da parte della nuova proprietà dello stabilimento a ricercare tecnologie che possano migliorare le condizioni ambientali di questo stabilimento”.

l ministro degli Esteri è stato di parola, poiché il governo gialloverde (per approfondire) ha effettivamente annullato l’immunità penale precedentemente accordata agli amministratori di Arcelor Mittal per la realizzazione del Piano ambientale degli impianti dell’ex ILVA.

Dinanzi a questa mossa brillante, ArcelorMittal si è vista costretta a riconsegnare l’ILVA allo Stato. Un vero e proprio capolavoro di gestione politica. Nel frattempo tra i grillini c’è chi addirittura festeggia, dimostrando ancora una volta che l’estremismo ambientalista è dannoso e qualunquista esattamente come ogni altro estremismo.

L’Italia si conferma, ancora una volta, un Paese che fa letteralmente scappare gli investitori esteri. La verità è che ci sono due nodi fondamentali che si trascinano da molti anni e che nessun governo intende sciogliere davvero.

Il primo è una questione etica. Possibile, all’alba del 2020, che delle persone scelgano tra il lavoro e la salute? La situazione sanitaria delle aree abitative intorno all’ILVA è nota ed è drammatica. Eppure, non si è fatto pressoché nulla.

Da questo il secondo nodo. Vale a dire la totale assenza di una vera politica industriale. Si parla molto di questo scudo penale, ma si rischia di guardare il dito e non la Luna. Come al solito, si attende che una situazione difficile diventi emergenziale per iniziare a ponderare un piano d’azione. Piani d’azione che, spesso sono solo toppe improvvisate.

Per risolvere una volta per tutte l’emergenza dell’ILVA, c’è un modello al quale ispirarsi. Si tratta dell’Accordo di Programma del 16 aprile 2012, stipulato dalla Regione Veneto con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e le altre istituzioni locali, che ha posto la prima pietra per la riconversione dell’area di Porto Marghera.

Il polo industriale veneziano, grazie ad un ampio e dettagliato progetto di riconversione e bonifica, conoscerà presto una seconda giovinezza, puntando su progetti all’avanguardia e su un nuovo percorso di sviluppo sostenibile basato sull’economia circolare e sulla green economy.

È questa la strada che dovrebbe seguire l’ILVA, per evitare che questa emergenza si trasformi in una vera e propria bomba sociale.

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