Taglio dei parlamentari: un copione già visto

Prima del taglio dei parlamentari, l’anti-politica si era prodigata in un’altra battaglia: il taglio delle province.

Qualche anno fa, quando il chiasso dell’anti-politica iniziò a diventare sempre più martellante, commentatori e media individuarono un bersaglio istituzionale considerato l’esempio più lampante dello spreco di denaro pubblico e del malaffare: le province.

Molti ricorderanno gli editoriali infuocati, i libri di denuncia, i talk show dove illustri analisti affermavano che l’eliminazione delle province non solo avrebbe rappresentato l’inizio di un nuovo risorgimento morale, ma anche un’occasione di risparmio per la casse dello Stato.

In pochi mesi, gran parte dell’opinione pubblica si convinse che le province erano un ente inutile, la cui abolizione non era più rimandabile. Le classi dirigenti che si alternarono al governo – Monti prima, Letta e Renzi poi – decisero di cavalcare questa narrazione dell’anti-politica, e si attivarono per raggiungere l’obiettivo, divenuto irrinunciabile, dell’eliminazione delle province.

Le classi dirigenti, che si sono piegate al populismo spiccio – erroneamente convinte di uscirne indenni in termini di consenso elettorale – hanno abbracciato la retorica dei tagli “senza se e senza ma”, sottraendo risorse alle province ancora prima della loro eliminazione. Circostanza, quest’ultima, mai realmente avvenuta, considerata la mera trasformazione delle province in enti di secondo grado o in altrettante città metropolitane. Il problema è che, nel frattempo, questi enti sono stati progressivamente svuotati di risorse finanziarie, col risultato che le province si sono trovate ad esercitare pressoché le medesime funzioni di prima, ma senza avere un soldo in cassa. Un vero e proprio capolavoro riformista.

Perché questo excursus? Per inquadrare nel modo più realistico la ratio che ha portato al recente taglio dei parlamentari. Così come già avvenuto per le province – ma gli esempi sono molti: si pensi anche alla riforma costituzionale cosiddetta “federalista” approvata nel 2001 dal centro-sinistra – le classi dirigenti continuano a sbagliare modus operandi quando si tratta di mettere mano all’architettura istituzionale.

In linea teorica il taglio delle province, così come quello dei parlamentari o l’approvazione di una riforma federalista, sono provvedimenti che possono sembrare corretti e più che mai necessari. Ma se vengono attuati in modo estemporaneo, senza essere parte di riforme più articolate e ponderate, ecco che diventano solo provvedimenti usa e getta, buoni solo per l’effetto annuncio e con limitate ricadute positive.

Anzi, molto spesso si tratta solo di riforme dimezzate che finiscono col generare caos istituzionale: non è un caso che dopo l’approvazione del taglio dei parlamentari – e ripetendo, così, il copione già visto – si sia già iniziato a parlare della necessità di introdurre dei correttivi. Il problema è che tali correttivi spesso cadono nel dimenticatoio.

Non ci sarebbe bisogno di correttivi se le riforme fossero un momento di confronto alto e ponderato e non un’arma, per lo più spuntata, di lotta partitica. Ma finché si parlerà di abolire la povertà con il reddito di cittadinanza, e di eliminare la disonestà con il taglio dei parlamentari, queste presunte riforme saranno solo delle toppe improvvisate su di un abito istituzionale ormai logoro (per approfondire).

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