Le riforme del mercato del lavoro devono tornare al centro del dibattito politico. Puntare su digitale, competenze, invecchiamento attivo, lavoro femminile.

Sono state diverse le riforme che hanno investito il mercato del lavoro dalle fine degli anni 90′ ad oggi. Queste hanno sì aumentato la flessibilità del lavoro senza portare ad un miglioramento della sua qualità. Hanno contribuito alla tenuta finanziaria del Paese, senza aumentare le garanzie dei lavoratori. Secondo alcuni osservatori si può parlare di riformismo incompleto. Disoccupazione intellettuale, disoccupazione giovanile, disoccupazione di lunga durata, disparità di genere. Queste dovrebbero essere le priorità dell’azione di governo. Di qualsiasi governo.

Sei proposte sintetiche per rilanciare l’occupazione in Italia.

1) Lavorare meno, lavorare meglio. Non è una brutta copia del trito “lavorare meno, lavorare tutti”. Anche perché il lavoro non si trasferisce meccanicamente. Lavorare meno vuol dire lavorare solo le ore necessarie. Vuol dire concentrarsi nel lavoro quando si è al lavoro. Evitare straordinari non utili. Completare i compiti richiesti nel minor tempo possibile dedicando quello risparmiato ad altre attività.

2) Lavorare, anche in età avanzata. La popolazione invecchia sempre di più. Secondo l’OCSE nel 2050 in Italia potrebbero esserci più pensionati, o comunque più over 50 fuori dal mercato, che lavoratori. Un motivo per incoraggiare l’invecchiamento attivo come suggerisce il rapporto Working Better with Age. Per far questo si possono da un lato migliorare le condizioni di lavoro e introdurre una maggiore flessibilità negli orari, dall’altro investire nelle competenze, soprattutto digitali e informatiche.

3) Retribuzioni crescenti a seconda delle competenze. L’ex ministro Sacconi ne ha parlato a Libero: “Il vecchio sistema degli inquadramenti e delle mansioni risale agli anni ’70 e quindi è coerente con la fabbrica fordista nella quale i compiti erano segmentati e ripetitivi. I nuovi modelli gestionali olocratici, ovvero a potere distribuito, sono caratterizzati dall’esigenza di continue transizioni professionali, nell’interesse tanto dei lavoratori quanto delle imprese”.

4) Nuove opportunità occupazionali grazie al digitale. Il digitale non è una minaccia. Alcune professioni spariranno necessariamente. Di contro però le esigenze cambiano e si apriranno e si stanno aprendo nuove opportunità. Secondo una ricerca condotta da Talent Garden nel 2018 sono state 350 mila in Italia le posizioni aperte nel digitale. Introdurre un salario minimo e irrigidire il mercato rischiano di produrre l’effetto opposto da quello sperato: disincentivare le assunzioni favorendo la sostituzione con la tecnologia.

5) Le competenze giuste per il posto di lavoro richiesto. L’Italia è uno dei paesi con il più alto disallineamento tra campi di studio e competenze richieste. L’11% dei lavoratori italiani ha competenze maggiori (over skilled) rispetto a quelle richieste dal lavoro che svolge. Il 6% ne ha meno (under skilled). Questo produce conseguenze negative sia per il lavoratore sia per l’azienda. Chi ne ha più non è motivato e fa un lavoro per cui non ha studiato è meno efficiente, in entrambi i casi l’azienda perde in competitività.

6) Una buona rete dell’infanzia incentiva il lavoro femminile. Confronto impietoso con gli altri Paesi europei sul lavoro femminile. Nella media Ue le donne tra 20 e 64 anni sono occupate al 66,5%. L’Italia è al penultimo posto con il 52,5%, sopra la Grecia (48%). Secondo una ricerca della Fondazione Openpolis, l’occupazione femminile aumenta grazie ad asili nido e posti nelle scuole materne. Nelle quattro regioni (Valle d’Aosta, Umbria, Emilia Romagna e Toscana), dove la presenza di asili nido e servizi integrativi per la prima infanzia arriva al 33% dei bambini da zero a tre anni, il tasso di occupazione femminile supera il 60%. Meno servizi per l’infanzia, meno occupazione femminile. Campania, Sicilia, Calabria e Puglia infatti sono in fondo alla classifica.

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