Tasse, un pallino della sinistra italiana dal 2007 ad oggi. Da quando il nuovo governo si è insediato non si parla d’altro.

“Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili”. Era il 2007, e nel secondo governo guidato da Romano Prodi il ministero dell’Economia è affidato a Tommaso Padoa-Schioppa.

Il quale, in pochi giorni, rompe il consueto silenzio nei confronti della stampa con due dichiarazioni ad effetto: la prima sugli “italiani bamboccioni”, la seconda sulle imposte, citata poc’anzi.

Questa breve premessa è fondamentale per comprendere la cultura politico-economica che storicamente anima la sinistra. Ora si è riaffacciata con prepotenza dall’insediamento del governo giallorosso.

Da quando questa nuova maggioranza (per approfondire) si è seduta a Palazzo Chigi, si sente parlare soltanto di un argomento: tasse, tasse, tasse.

Tant’è che Luigi Di Maio, dopo giorni di silenzio, ha dovuto richiamare all’ordine i nuovi compagni di viaggio. “Non saremo il partito del fisco” ha tuonato il ministro degli Esteri. Parole vuote e tardive. La sinistra, qualunque sia la sigla partitica mediante la quale è declinata, è e sempre sarà il partito delle tasse.

Il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, su Twitter ha parlato di “fisco intelligente”. Un insieme di provvedimenti che sono null’altro che una versione aggiornata delle cosiddette tasse etiche tanto care alla sinistra.

Nell’ottica progressista, infatti, le imposte diventano uno strumento di ingegneria sociale volto a modificare abitudini e comportamenti individuali considerati dannosi. Un’azione che contrasta con una visione liberale.

Ecco, dunque, che per “disincentivare consumi dannosi alla salute e all’ambiente per favorire quelli che migliorano la qualità della vita” – spiega ancora Fioramonti su Twitter – sono già allo studio delle proposte a dir poco bizzarre.

Si pensa di alzare le tasse sui biglietti aerei e di abbassare quelle sui biglietti per i treni, nonché di eliminare le agevolazioni che garantiscono sul gasolio accise inferiori rispetto alla benzina; d’introdurre una “tassa di scopo” sulle bibite gassate e sulle merendine per correggere abitudini alimentari “sbagliate”; e infine non poteva mancare all’appello una tassa per disincentivare l’uso del contante, che la sinistra considera una piaga da eliminare.

In sostanza, in questo menù tassaiolo c’è tutto il peggio che il progressismo può offrire: lo Stato dietologo, lo Stato agente di viaggio, lo Stato consulente finanziario. Che poi i cittadini gradiscano davvero avere un dietologo, un agente di viaggio e consulente finanziario, è del tutto irrilevante: perché lo Stato sa sempre cosa è meglio e, soprattutto, pretende sempre di essere pagato per questi servizi non richiesti. Le tasse pedagogiche sono quanto di peggio possa partorire questo progressismo illiberale che ha sempre e solo un obiettivo: il portafoglio dei cittadini. Viene da chiedersi per quanto tempo il ceto medio accetterà di finanziare con i propri soldi i capricci di questo establishment.

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