Una democrazia parlamentare non può essere ostaggio delle decisioni prese da uno sparuto gruppo di militanti. L’unica alternativa alla repubblica di Rousseau è il presidenzialismo.

Articolo 94 della Costituzione: “Il Governo, prima di avere la fiducia delle due Camere, deve ottenere la maggioranza dei voti sulla piattaforma Rousseau“. Da più di vent’anni si sprecano i proclami sulla necessità di riformare la Costituzione; ma negli ultimi giorni, di fatto, è stato cambiato uno degli articoli più importanti per il funzionamento della nostra forma di governo.

La già traballante repubblica parlamentare si è scoperta ancora più vulnerabile, lasciata alla mercé del “voto” online: una sparuta minoranza di iscritti al Movimento 5 Stelle ha, di fatto, deciso sul proseguimento di una legislatura.

Questo è ciò che succede quando un’architettura istituzionale datata non riesce ad auto-riformarsi con successo: all’interno delle pieghe del tempo si possono insinuare stravaganti – nonché pericolosi e facilmente manipolabili – esperimenti di e-democracy che, al di là dell’etichetta, non hanno davvero nulla di democratico.

Le riforme costituzionali sono state considerate per troppo tempo un noioso argomento di nicchia, riservato alle discussioni elitarie fra accademici ed esperti giuristi. Invero, questo è il tema del presente e del futuro, e riguarda tutti.

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Un dato è noto ai più: in 73 anni di repubblica si sono succeduti 66 governi, con una durata media di poco più di un anno ciascuno. Basterebbero questi numeri per fotografare l’anacronismo della nostra architettura istituzionale. La vera riforma di cui avrebbe bisogno l’Italia è la trasformazione in senso presidenziale della Repubblica, ispirandosi al modello francese (anche definito semi-presidenziale).

Questa soluzione sembra essere l’unica opzione davvero in grado di sanare la duplice debolezza, istituzionale e partitica, che affligge il Paese. L’elezione diretta del Presidente della Repubblica, con turno di ballottaggio, assicura un potere esecutivo più forte, garantendo al tempo stesso la legittimazione popolare e una maggiore responsabilità politica. Così come avvenuto in Francia negli anni Sessanta, il presidenzialismo favorirebbe la ricostruzione del circuito fiduciario tra le istituzioni e il corpo elettorale, e metterebbe la parola fine alla girandola delle crisi al buio e ad impopolari giochi di palazzo. Questo ridarebbe credibilità e autorevolezza alle istituzioni e riavvicinerebbe i cittadini alla politica.

Inoltre, il presidenzialismo permetterebbe all’architettura istituzionale di essere flessibile quando necessario, in quanto il Presidente della Repubblica – in carica per cinque anni – avrebbe facoltà di cambiare il Primo Ministro e il governo se opportuno, senza alcuna drammatica discontinuità nell’azione dell’esecutivo.

Ovviamente, nel caso il sistema presidenziale venisse applicato nel nostro Paese, non potrebbe essere la fotocopia di quello francese, ma dovrebbe essere adattato con l’introduzione di opportuni pesi e contrappesi: ad esempio, è da escludere l’importazione dei poteri emergenziali assegnati al Presidente della Repubblica dall’articolo 16 della costituzione francese, così come il potere presidenziale di indire referendum.

L’opzione presidenziale gode di grande popolarità in larghi settori della politica, dell’accademia e dell’opinione pubblica: non stiamo parlando di astratti voli pindarici, ma di un punto programmatico concreto che già raccoglie numerosi consensi, anche trasversali.

Se vogliamo porre fine agli stanchi riti delle consultazioni e dei giochi di palazzo costituzionalmente garantiti (per approfondire), l’unica via percorribile è un impegno politico costante per sostenere una riforma presidenziale.

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Lorenzo Somigli – da adesso in poi!

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