Franchi, ancora incerto il futuro del monumento che il 13 settembre compirà 88 anni. Sospeso tra la volontà di costruirne uno nuovo e l’esigenza di preservarlo.

“Il sindaco di Firenze ha pubblicamente annunciato che nel prossimo settembre lo Stadio Comunale di Firenze diventerà il più bello d’Europa”.

Un normale articolo. Uno dei tanti che si leggono sul nuovo stadio. Solo che il sindaco era Mario Fabiani e l’articolo usciva su La Gazzetta dello Sport il 7 luglio 1950. “Lo stadio di Firenze potrà ospitare 120.000 spettatori!” era il titolo.

Franchi: quale futuro?

Il 13 settembre 1931 fu inaugurato lo stadio Giovanni Berta. Opera dell’ingegnere Pier Luigi Nervi, realizzata grazie all’investimento del marchese Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano. 

Mentre ritorna in voga l’ipotesi di un nuovo stadio a Novoli su parte dell’area Mercafir (per approfondire) secondo la variante del 2012, non sembra del tutto tramontata l’ipotesi di un intervento sul Franchi.

L’area che lo accoglie, il Campo di Marte, agli inizi del Novecento, era un esteso prato. L’espansione urbana dei decenni successivi e in special modo del Dopoguerra però ha saturato la zona complicando di fatto la logistica degli eventi sportivi. Qualsiasi ammodernamento non può prescindere quindi da una riprogettazione del quartiere, a partire dalla viabilità, come ha sottolineato l’Ordine degli Architetti.

“Lo stadio Berta a Firenze, costruito in due fasi tra il 1930 e il 1932, ha subito pesanti interventi in occasione dei Mondiali di calcio del 1990: abbassamento del campo ed eliminazione della pista di atletica; nuove scale; nuovi volumi tecnici; ampliamento della pensilina. Oggi, addirittura, si pensa a coprire l’intero stadio e ad avvicinare al campo le gradinate di testata. Le scale elicoidali, la tribuna, la Torre Maratona, l’ingresso monumentale sarebbero da salvare per chi ritiene che un’opera possa essere smembrata in parti da conservare o da buttare. Lo stadio Berta ha inaugurato, con grande anticipo, una concezione innovativa in cui i setti, l’intradosso delle gradinate, le scale sono come i contrafforti delle cattedrali gotiche: struttura e, insieme, architettura”.

Così ne parla l’architetto Ugo Carughi, autore di Maledetti vincoli, nel suo intervento Opere del Novecento, patrimonio bistrattato per Il Giornale dell’Architettura.

Come comporre quindi la tutela di un monumento con l’esigenza di una città che vuol essere europea e proporsi per eventi sportivi di rilievo internazionale?

Il monito del ponte Morandi

Mentre il dibattito prosegue, non si arresta l’opera del tempo e degli elementi che rende improcrastinabile la manutenzione. La tragedia del crollo del ponte Morandi di Genova, di cui ricorreva ieri il primo anniversario, ha portato all’attenzione del grande pubblico l’importanza della conservazione delle strutture in cemento armato. Qualunque sia la decisione definitiva quindi, si dovrà comunque intervenire prevendo l’usura.

Posizione che raccoglie il consenso dell’archistar Marco Casamonti, un vero specialista negli stadi. Suo l’intervento sulla Dacia arena di Udine e la ricostruzione dell’Arena Kombetare di Tirana, lo stadio nazionale dell’Albania, con tutela degli elementi storici. Del resto nel 1939 lo stadio fu creato da un gruppo di architetti fiorentini, capitanato da Gherardo Bosio, e adesso è stato riprogettato da uno studio fiorentino.

“Non solo si può coprire” dichiara “per esigenze di comfort, ma sarebbe un dovere farlo per salvaguardare il monumento. Una struttura realizzata completamente in cemento armato, totalmente e lungamente esposta agli agenti atmosferici, finisce per deteriorarsi. Il tragico collasso del ponte Morandi di Genova è un monito a prendersi cura delle opere in cemento armato”.

Per le curve distanti: “È un ostacolo al quale si può ovviare. I monumenti che sono arrivati sino ad oggi hanno sempre subito trasformazioni nel tempo. Per ragioni diverse. Sicuramente è necessario intervenire per il loro mantenimento, rispettandone la storia ed esaltando le parti monumentali. Al Franchi dovremmo far risaltare le scale elicoidali, gli ingressi monumentali della tribuna realizzati secondo l’architettura razionalista dell’epoca, la torre di Maratona”.

Il caso del Flaminio

Triste destino quello dell’impianto di viale Tiziano a Roma. Frutto anch’esso del genio di Pier Luigi Nervi: progettato insieme al figlio, l’architetto Antonio Nervi tra il 1957 e il 1958. Vede la luce il 19 marzo del 1959 in occasione delle Olimpiadi di Roma del 1960. A partire dagli anni ’70 utilizzato dalla Nazionale Italiana Rugby e dal Rugby Roma. Completamente abbandonato dal 2011. Per le gare interne del Sei Nazioni adesso c’è l’Olimpico.

Mai troppo amato dalle due squadre della Capitale. Per due motivazioni essenzialmente: l’impossibilità di prevedere una copertura completa e la difficoltà di ospitare aree commerciali. Problematiche analoghe a quelle del Franchi. Nel 2005 l’assessore allo sport Eugenio Giani sposa il progetto dell’architetto Luigi Francalanci: copertura a sbalzo autoportante e spazi commerciali sotto le tribune. Progetto di cui si sono perse le tracce.

Questa felice sintesi di forma e struttura, di architettura e ingegneria, testimone di un’Italia che aveva voglia di tornare grande, giace abbandonata. Nel giugno del 2018 la Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio ha portato avanti la procedura di tutela per il Flaminio. Dopo la bonifica, costata 100 mila euro, si torna a parla di un interesse del CONI e della FIR. Si cercano investitori privati.

Sulla questione si pronuncia Paolo Berdini, Così l’ex assessore del Comune di Roma: “In tutte le città d’Europa, l’Amministrazione chiede, tramite un avviso pubblico alle società sportive, di prendersi in carico lo stadio. A Roma questo non è mai avvenuto. Non riusciamo proprio a governarla questa città”.

Critico anche Alfredo Parisi, segretario di Federsupporter e animatore del Comitato che difende lo Stadio Flaminio, scioltosi nel dicembre 2018: “Noi avevamo fatto un progetto con certe tensostrutture, per aprire lo stadio agli studenti e al dilettantismo. Avremmo illuminato tutto, in modo da rendere dopo anni la zona intorno allo stadio sicura. Ci siamo fatti tante illusioni. Al Comune non interessa nulla dello stadio, ci hanno lasciati soli. Il Flaminio interessa come area di speculazione”.

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