Rifiuti, dalla Regione nessun piano realistico

Sulla gestione dei rifiuti la Regione Toscana non ha le idee chiare. Colpa di una classe dirigente che non ha contezza del problema.

Quando si parla di emergenza rifiuti, gran parte dell’opinione pubblica immagina subito alcune zone ben note della Campania e del Lazio. Percepisce il fenomeno come distante, buono tutt’al più per qualche battuta. In verità, senza cadere nel vortice dell’allarmismo eccessivo di alcuni peones dell’ambientalismo politico, è opportuno prendere atto che la cosiddetta emergenza rifiuti presto interesserà anche aree dell’Italia che fino ad oggi si sentivano, per così dire, al sicuro. Purtroppo, la Toscana è una di quelle regioni che – complice una classe dirigente poco preparata sul tema e carente a livello gestionale – rischia di ritrovarsi in una situazione di grande difficoltà. Come riportato recentemente dal Sole24Ore, entro il 2020 la Toscana dovrà provvedere all’ampliamento delle discariche, oppure sarà costretta ad abbandonare l’autosufficienza portando gli scarti fuori dai confini regionali. Sarebbe una vera e propria sconfitta – di certo non l’unica – per questa amministrazione ormai agli sgoccioli, considerato che le politiche regionali indicano solo il 10% dei rifiuti in discarica, il 70% di raccolta differenziata e il 20% di termovalorizzazione.

Le criticità che hanno portato alla crisi del sistema di smaltimento erano note già l’estate scorsa ed erano state ampiamente denunciate da Alfredo De Girolamo, presidente di Confservizi Cispel Toscana. Per citarne alcune: la chiusura del termovalorizzatore di Pisa, il sequestro dell’impianto del Valdarno e di Case Passerini, i vincoli operativi imposti su San Donnino, l’indisponibilità momentanea di conferimenti fuori regione, gli stop al termovalorizzatore di Montale nel 2023 e di Livorno nel 2021. In merito alla differenziata, poi, ci sarebbe davvero molto da dire: nel 2000 la Toscana era la terza regione in Italia per questa tipologia di raccolta, nel 2016 con il 51,08%, era tredicesima, dietro a regioni come Campania, Abruzzo, Umbria, Marche e Sardegna. Nel 2017 c’è stato un lieve rialzo di 2,9%, ma la Toscana rimane ben lontana dai livelli della Lombardia (68,11% nel 2016), o del Veneto (72,91% nel 2016) che consentirebbero alla regione di non necessitare di inceneritori. Confindustria Toscana Nord, nel maggio scorso, ha chiesto a gran voce alle istituzioni la costruzione di nuovi impianti di smaltimento dei rifiuti: oggi, le industrie toscane sono costrette a rivolgersi al termovalorizzatore di Brescia, con un inevitabile aggravio delle spese che comprendono sia lo smaltimento che il trasporto dei rifiuti. Confindustria ha precisato che ogni anno vengono prodotte 250 mila tonnellate di rifiuti speciali che potrebbero essere riutilizzati o bruciati per produrre energia: ma ciò non è possibile, perché mancano normative chiare sull’end of waste e per l’assenza, appunto, degli impianti.

Di fronte alla presentazione, da parte della giunta, della Nuova politica sui rifiuti e sull’economia circolare in Toscana, il consigliere regionale Maurizio Marchetti ha puntualmente messo in evidenza carenze e contraddizioni di questo piano. In primis, la volontà di alzare ad 80 entro il 2030 l’irrealistica percentuale della raccolta differenziata, di fronte al già citato dato reale intorno al 53%. In secondo luogo, Marchetti (per approfondire) ha sottolineato che l’idea – presentata come innovativa dall’amministrazione – di considerare i rifiuti come una risorsa è già attuata da almeno una decina d’anni altrove. Infine, Marchetti si è fatto portavoce delle ragioni degli industriali che come abbiamo visto, dinanzi al silenzio dell’amministrazione, si accingono a spostare altrove le proprie produzioni. Difficilmente questa giunta saprà cogliere questi rilievi.

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Lorenzo Somigli – da adesso in poi!

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