“Toscana 2027”: il futuro non è roseo

Sul Corriere Fiorentino è recentemente apparso un articolo che, da un lato, dovrebbe far riflettere chiunque desideri impegnarsi in politica e, dall’altro, scuotere dal torpore chi fa già parte della classe dirigente. Il pezzo riprende uno studio elaborato sulla base di dati forniti dall’IRPET (Istituto Regionale Programmazione Economica Toscana) e dal CRESME (Centro ricerche economiche, sociologiche e di mercato per l’edilizia) e delinea un ritratto molto contrastante di quella che sarà la Toscana nel 2027.

Dal punto di vista demografico la Toscana nei prossimi anni perderà ben 63.200 abitanti, seguendo la tendenza negativa che coinvolgerà gran parte del territorio nazionale; tuttavia, l’Emilia-Romagna ne guadagnerà 17.000, mentre le Marche ne perderanno 44.500. All’interno della regione si possono osservare alcune dinamiche differenziate: l’asse Firenze-Prato, infatti, conoscerà una crescita demografica favorita dalla capacità di attrarre persone in cerca di lavoro. Nel determinare questo saldo positivo sarà fondamentale l’apporto degli stranieri, la cui percentuale a Prato raggiungerà il 22% – il doppio della media regionale. La composizione della popolazione è destinata a mutare anche perciò che concerne le fasce d’età: è destinata, purtroppo, ad ampliarsi la forbice tra anziani e giovani: oggi, in Toscana, gli under 14 sono il 12,9% della popolazione, un dato già inferiore alla media italiana del 13,5%.; gli over 65 saliranno dal 2% al 2,6%.

Per quanto riguarda la produttività regionale, emerge un evidente squilibrio: Firenze si conferma la città più ricca e più produttiva della Toscana – anche se, in termini di PIL, è ancora distante da Milano –, mentre tutte le altre province mostrano dati inferiori a quello nazionale. Secondo le stime, il PIL regionale aumenterà ad un ritmo blando, intorno all’1,1%. Il tasso di disoccupazione regionale attuale è dell’8,5% ma rimane molto alto quello giovanile sia a Firenze – 21% – e altissimo in altre città, come Massa Carrara – 46,2% – e Pistoia – 42%, molto vicine alle percentuali di alcune zone meridionali del Paese.

Le prospettive non sono rosee: si registrerà un incremento dell’offerta di lavoro, ma un declino della sua qualità. Cosa significa? Significa che questo modello di sviluppo regionale – che, alla fine, è il medesimo di quello nazionale – basato su bassa produttività e attività a scarso livello tecnologico – è destinato a impoverire, economicamente e demograficamente, la Toscana e l’Italia.

I nostri giovani saranno sempre più invogliati ad andarsene, sostituiti da lavoratori stranieri disposti ad accettare impieghi di basso profilo e mal pagati. L’IRPET prevede che triplicherà la percentuale dei lavoratori assunti per svolgere un’occupazione che richiede un titolo di studio inferiore a quello conseguito. Si tratta di una spirale molto preoccupante, che dovrebbe allarmare la politica e invogliare ad un radicale cambiamento di rotta, sia regionale che nazionale. Investire su di una formazione di alta qualità dovrebbe costituire il primo punto di tale cambiamento.

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