Liberalismo e questione ambientale

Per molto tempo era immediato associare l’ambiente all’agenda politica e ai valori di un partito ecologista o al più di sinistra. Oggi non è più così perché le principali forze politiche liberal-conservatrici europee hanno intuito l’entità della questione: la green economy gode di un consenso generalizzato, il nucleare è sotto accusa da più parti, il cambiamento climatico è (quasi) per tutti un problema. Spesso anche la Destra populista (AfD, FN, Lega) si è fatta paladina dell’ambiente. È proprio questo il pregio: essere trasversale.

Conciliare liberalismo e ambiente non è affatto scontato: l’uno predica poco stato, rifiuta i vincoli e auspica sviluppo libero delle individualità e la ricerca del profitto mentre l’altro presuppone leggi, norme volte alla tutela del paesaggio, un controllo sistematico del territorio e tanta programmazione.

Non per nulla la questione molto spesso è ignorata o trattata fugacemente da molti pensatori. Un filosofo come Robert Nozick non dedica che pochi stringati accenni al pur nascente problema dell’inquinamento ambientale, risolvibile a suo dire con una gestione più efficiente delle esternalità negative: si può inquinare purché si paghino compensazioni commisurate all’entità della privazione. Chi più inquina, più paga perché l’ambiente è un bene come gli altri, senza alcun valore intrinseco, una proprietà cui si può rinunciare ma solo dietro compenso. Qualche passo in avanti si ha con Brian Barry che introduce una sorta di responsabilità intergenerazionale secondo la quale chi viene prima deve amministrare saggiamente i beni comuni tra cui l’ambiente in modo che chi viene dopo ne possa godere alla pari. Si tratta però di considerazioni residuali che inquadrano il problema a livello di proprietà o al massimo in ottica conservativa.

Il liberalismo italiano mostra invece una indubbia premura per l’ambiente: non per nulla i primi Ministri dell’Ambiente appartenevano al PLI.

Einaudi in Della servitù della gleba in Italia (1951) scriveva: “La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga, forse secolare ma è il massimo compito di oggi. Significherebbe che lo stato intende vegliare affinché dopo secoli di distruzione, si salvi quel poco che resta delle foreste e del suolo delle Alpi e degli Appennini e si ricostruisca parte di quel che fu distrutto”.

È un passaggio breve ma denso di significati, quasi un manifesto cui attingere tutt’oggi: la denuncia degli abusi perpetrati e delle menomazioni plurisecolari al paesaggio e il riconoscimento allo stato di un ruolo di composizione tra gli interessi privati e collettivi racchiusi un afflato programmatico rimasto a lungo lettera morta.

Dai semi di Einaudi occorre ripartire per gettare le basi di una nuova politica ambientale e per quanto la questione ambientale resti un’aporia per il liberalismo, valori concetti e assunti di questa nobile tradizione possono essere riadattati per rispondere alle sempre più pressanti e significative green demands.

La ricomposizione del conflitto tra l’autonomia dell’individuo e la tutela della comunità umana di cui esso indubbiamente fa parte, origina dal riconoscimento dell’esistenza di beni comuni pubblici (siano essi un edificio storico, un fiume, un lago) la cui fruizione incondizionata e illimitata costituisce di per sé un diritto: il diritto umano all’ambiente. Da ciò discende che un bene ambientale non possa essere distrutto a meno che non esista per esso un bene sostitutivo identico e non inferiore nel valore o che in alternativa sia versata alla comunità cui esso appartiene una compensazione proporzionale a sanare il danno derivante dalla privazione dello stesso nel presente e dal mancato godimento nel futuro. Assunto che si estende poi al problema dell’inquinamento. Visto che produrre scarti è inevitabile poiché ogni trasformazione materiale, anche la meno impattante, genera sottoprodotti e residui cui poi si deve provvedere e poiché produrre è necessario per l’uomo, chi inquina deve ripristinare lo stato della natura e risarcire le vittime.

Non finisce qui. Un bene non solo dev’essere mantenuto intatto, conservato gelosamente nella sua interezza, non solo dev’essere difeso da soprusi arbitrari e speculazioni, va preservato nella miglior condizione per coloro che verranno dopo, in modo che questi ne godano come chi ne ha goduto prima. È un punto cruciale che chiama in causa la Politica: se un bene non si trova in uno stato ottimale occorre rigenerarlo perché possa tornare ad un uso sociale.

Obiettivo che si può raggiungere in modo concreto, eliminando tutti gli eco-mostri che come incrostazioni coprono le bellezze, promuovendo la riqualificazione e la rigenerazione urbana affinché non si sottragga più nuovo suolo alle comunità umane ma si restituisca dignità e valore all’esistente. Solo così l’ambiente ovvero niente meno che il volto materiale della Patria tornerà ad essere bello per chi lo vive.

Articolo pubblicato sul trimestrale di Nazione Futura

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